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L’uomo
canicattinese
nella
poesia dialettale di Salvatore Amenta
di
Alfonso Leone
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Un
amico comune mi ha fatto recentemente conoscere, in una circostanza
del tutto casuale, il cinquantottenne professore di matematica
Salvatore Amenta di Canicattini Bagni.
Ma che costui fosse anche un fedele e felice cantore della vita
che intorno a lui si svolge, sempre osservata con occhio acuto,
lo appresi solo attraverso due suoi volumetti di versi dialettali
rimati (Momenti di...versi e
Spicchi d'arancia, rispettivamente
del 2004 e del 2006).
Ad una prima saltuaria lettura mi hanno entusiasmato per il loro
carattere giocoso, per il verseggiare facile e l'inesauribile
vena dell' autore.
L’opera merita ogni elogio per quanto riguarda soprattutto
il quadro dell’“umana commedia”, vista con occhio
perspicace ma sempre comprensivo, dove non c’è mai
ombra di sferza o di acredine, dove ignoranza e umane debolezze
son sempre colte attraverso il sorriso amabilmente scherzoso del
loro cantore.
Il Paese natale, Canicattini cioè (in dialetto Janiattìni)
occupa ovviamente largo spazio in queste raccolte di versi.
Ferma Amenta l’attenzione per esempio sul semaforo di via
Umberto o sul progetto di estirpazione degli alberi della piazza,
dà voce al commento degli uccelli che su di essi stazionano;
non dimentica le feste religiose o si sofferma nostalgico (per
una volta abbandonando l’endecasillabo per il doppio settenario)
su immagini e ricordi di un passato quasi sempre ormai tramontato.
Cordialmente ricorda certe spicce maniere del parroco della Matrice;
in un componimento tra divertito e burlesco (‘U
gghiuriziu universali) non solo fotografa indole e
comportamenti dei suoi concittadini che immagina in attesa del
giudizio divino, ma scherza anche sulla faccenda dell’aldilà.
Anche sulla campagna si sofferma il nostro autore e direi che
lo stesso suo linguaggio è quello contadinesco, un linguaggio
cioè robusto e colorito, talvolta forse anche troppo. Ma
la campagna che lui canta è anzitutto quella delle gite,
delle scampagnate allegre, della “manciata
ri ricotta”.
A proposito di questo componimentino ci sarà forse difficile
dimenticare la birichina constatazione che l’autore, pur
velatamente, non trascura di fare nella parte finale.
Ma Canicattini, come ho detto, non è tutto.
Amenta mostra di saper leggere tra le pieghe dell’animo
umano, come quando parla per esempio dell'Invidia o del Rispetto
o come quando sottolinea la stretta giunzione tra Ignoranza e
Presunzione.
Amenta spazia ancora dai racconti biblici, uditi forse da bambino,
alle esperienze di vita scolastica che ha fatto anche fuori della
regione natia: esperienze ora di tipi particolari di studenti,
ora di certi esami di Stato, come si svolgono al giorno d'oggi.
Come nelle antiche favole fa anche parlare gli animali, i quali
ovviamente riflettono gli umani comportamenti.
Non dimentica neppure il nostro poeta i pasticci che ci ha creati
l’euro o le vicende politiche dei nostri giorni. Dei protagonisti
infatti, lungi - certo - dal mettere in dubbio il loro carisma,
evidenzia in caricature felici le umane debolezze, le inclinazioni
native.
Di esse fa anche i nomi, ma anche a non farli, io penso che nessuno
dei lettori, sia pure attraverso racconti di fantasia, stenterebbe
a riconoscerli. A tal punto la rappresentazione a me pare s’intoni
con un certo sentire diffuso.
L’identità invece tace degli autori di certe scampanellate
domenicali; ma anche qui la rappresentazione è talmente
fedele che non si fatica a riconoscerli: sono i Testimoni di Gèova.
Tornando alle vicende politiche, particolarmente briosa è
poi la descrizione di quel picciuttieddu ri quasi cent’anni
che sogna un’Europa a modo suo, che gli consenta di realizzare
certe sue fantasie...
Prima tuttavia di chiudere, a me piace ancora ricordare una poesia
che spicca per la sua originalità e la grazia che la soffonde.
Collocata in apertura del secondo volumetto, intende contrapporre
a un immaginario, sprezzante rifiuto di questo genere di componimenti,
la viva e amorevole premura che per essi dimostra il nostro poeta.
Come saggio della poesia di Amenta riporto qui appresso “Faciemu
l'Europa” ma altri suoi componimenti sono ugualmente
belli o ancora più belli. |
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