Conoscevamo
Salvatore Amenta come poeta dialettale, attore, regista, autore di
commedie e trasposizioni teatrali di soggetti storici, oltre che come
poliedrico operatore culturale. Ora scopriamo che è anche scrittore
di romanzi gialli, e diciamo subito che si tratta di una scoperta
tanto inaspettata quanto gradita e piacevole. Il libro giallo (dal
colore della copertina nella prima collana apparsa in Italia) è
un genere letterario niente affatto minore, anzi tra i più
difficili da praticare, perché richiede doti non comuni. Basti
pensare che vi si sono cimentati scrittori del calibro di Poe, Chesterton,
Simenon, Vasquez Montalban, e tra gli italiani Scerbanenco e Camilleri,
solo per citare i primi che vengono alla mente. Non è sufficiente
saper scrivere (questo è scontato), occorre anche che l'autore
di un "poliziesco" (così venivano chiamati una volta, mentre
oggi è invalso il termine inglese "thriller") possegga una
particolare immaginazione speculativa, cioè un'inventiva di
tipo concreto, razionale, che gli consenta di creare una trama complicata
ma verosimile, una specie di meccanismo a orologeria basato su di
una logica a prova di bomba, e che abbia soprattutto la capacità
di condurre il lettore - mantenendone sempre desta l'attenzione -
fino alla sorpresa finale, cioè la scoperta del colpevole,
che secondo le buone regole del giallo deve essere sempre il meno
sospettabile fra tutti i personaggi implicati nella vicenda raccontata.
Tutte condizioni che sono perfettamente soddisfatte in questo libro
d'esordio nel genere poliziesco di Amenta, che dimostra così
di saper padroneggiare una materia piuttosto difficile, se non addirittura
ostica. Ma, a parte la prosa pulita e scorrevole, l'intreccio che
prende il lettore e, appunto, la sorpresa finale, su questo primo
romanzo giallo di Amenta occorre aggiungere che esso ha anche altri
pregi, più squisitamente letterari. Vi troviamo ricreata innanzi
tutto l'atmosfera paesana di Cannizzuolo (che è, ovviamente,
Canicattini) con le sue prevenzioni, consuetudini, pettegolezzi e
manie; vi sono poi le riuscite descrizioni di luoghi e soprattutto
gli azzeccati profili dei personaggi, ricalcati su figure tipiche
dell'ambiente canicattinese; inoltre i dialoghi sono costruiti con
equilibrio e concisione, e alcuni (come quelli tra il maresciallo
Castelli e l'appuntato Spanò) risultano davvero spassosi. Infine,
c'è il linguaggio, che riproduce la parlata, la cadenza e le
inflessioni dell'idioma canicattinese. E a proposito di idioma, il
confronto che viene spontaneo fare è quello con Andrea Camilleri.
E' noto che il famoso scrittore siciliano, creatore dell'ormai celebre
commissario Montalbano, ama inserire nelle sue opere dosi massicce
di parole ed espressioni dialettali, tanto che qualche critico lo
ha accusato di esagerare in questo senso. Evidentemente, però,
questa caratteristica dello stile camilleriano piace ai lettori dei
suoi libri, visto che ne vende milioni di copie. Ma il dialetto, a
nostro modesto avviso, è come il sale, va usato con parsimonia
e a ragion veduta, per non correre il rischio di rendere immangiabile
la minestra. Anche in questo giallo che Salvatore Amenta ha cucinato
in salsa canicattinese si incontrano spesso termini e frasi del nostro
vernacolo, ma egli ne fa un uso sobrio, discreto e controllato, senza
mai calcare la mano e senza mai trascendere in un manierismo dialettale
fine a se stesso; il tutto poi è insaporito con quella leggera
ironia di fondo che è un pó la cifra della sua scrittura:
a cominciare dal titolo stesso, "L'enigma del pertuso", che contiene
già un che di scherzoso e sembra anticipare il senso burlesco
che pervade il romanzo. Insomma, questo di Amenta è un giallo
ben scritto e ben strutturato, avvincente e godibile, che una volta
cominciato si legge d'un fiato.